mar
2010
06

Il fucile vecchio


Nel mio mestiere capita abbastanza spesso di trovarmi tra le mani fucili, per lo più doppiette vecchie, non antiche, semplicemente vecchie di 50/60 anni o più, armi senza valore commerciale essendo molte volte mal conservate o non più idonee alle cartucce attuali.

Per lo più sono doppiette di fabbricazione belga, qualche volta inglese o italiana, in maggior parte a cani esterni, alcune probabilmente costruite nei primi decenni del ‘900 e a volte tramandate di generazione in generazione e probabilmente comprate dal primo acquirente con un notevole sforzo economico, perché anche se una volta il costo della manodopera era molto basso, un fucile buono costava molto e un fucile di gran classe aveva un prezzo che superava, calcolato ai nostri tempi, il costo di un appartamento.

A volte mi viene consegnato anche qualche vecchio automatico a lungo rinculo, il mitico Browning o il Breda, fucile automatico che negli anni del dopo guerra e del boom armò migliaia di cacciatori e che può essere considerato vanto dell’industria armiera italiana sia per l’ingegnosità del progetto sia per gli ottimi materiali impiegati oltre che per la robustezza e che continua a servire fedelmente chi non segue i dettami della moda e delle novità. In queste armi che spesso vengono rottamate o versate ai commissariati di P.S. per la alienazione molti vedono solo un oggetto non più utile come una lavatrice rotta o un frigo vecchio, invece ognuno di questi fucili avrebbe una storia da raccontare partendo dal giorno dell’acquisto, storie di cui si parlò a quei tempi fra gli amici e i cacciatori nel bar o nell’armeria, vantando i pregi dell’arma e dimenticando le padelle (si dimenticano in fretta) raccontando di quel tiro favoloso a un’anitra o a un beccaccino o quel doppietto alle starne, o quella lepre fuori tiro fulminata con la seconda canna caricata con una “corazzata del 2”. Anche i piccoli fucili monocanna, quelli pieghevoli, che una volta i cacciatori usavano a capanno cercando d’incrementare le magre diete con qualche passero, un merlo o un tordo, anche loro hanno una storia, storia fatta di cacce umili passate nel capanno attenti a seguire il cambio di tono del canto dei richiami, con gli occhi fissi al ramo di buttata, inclinato in modo che, posandosi gli uccelli si potesse colpirne più di uno con un solo colpo, con le cartucce ricaricate la sera prima sulla tavola di cucina con la polvere Acapnia o Fonda e il borraggio sfuso detto “chimico” nei bossoli di cartone – Rosso Cane – di questi fucili monocanna la Beretta aveva fatto tutta la serie dei calibri dal 12 al 36 e anche qualche 9 Flobert. Un fucile Beretta pieghevole mi capitò diversi anni fa, era un modello strano fatto prima del ’40 in calibro 12, molto massiccio con chiusura a serpentina, con nel fianco della bascula la scritta “fucile rinforzato”, purtroppo l’arma era stata irrimediabilmente rovinata dal tempo e da mani inesperte che avevano aggiunto danno ai danni dell’incuria. Peccato che la Beretta abbia cessato da diversi anni la produzione di questi fucili che ultimamente erano stati notevolmente migliorati specialmente nel gruppo di scatto rispetto ai primi esemplari.

Fra questi fucili ormai desueti a volte si può trovare qualcosa di veramente bello o interessante per il collezionista o per chi non ha ancora preferito i tecnopolimeri (alias plastica) all’acciaio limato e lavorato con mani sapienti. Un paio di anni fa ho trovato in un lotto di armi acquistato, una vecchia doppietta inglese a cani alle cui canne a damasco (ormai non più usabili) erano state saldate le bindelle, riempiendo di stagno la gola tra bindelle e canne, lavoro fatto probabilmente da un elettricista o un fabbro, spero per il decoro della categoria, non da un’armaiolo!

Dopo aver risaldato a regola d’arte le canne e averle ribrunite, ovviamente a damasco, ho pulito la bascula dalla patina di sporco rugginoso che la ricopriva mettendo a nudo un’incisione sobria però ancora fresca, ma la sorpresa più grande è stata quando, smontati gli acciarini con molla avanti, il meccanismo interno si è rivelato perfettamente in ordine e finito talmente bene che ho preferito limitarmi a pulirlo senza smontarne le parti che, una volta ben ripulite con apposito solvente, si sono rivelate ancora con la briglia color tempera, molle, stanghetta di scatto e noce lucidate a specchio, quasi fossero di cristallo e tutte le viti color blu elettrico. Adesso questo fucile, benché inservibile fa bella figura nella mia collezione. Perciò a tutti un consiglio, andiamoci cauti a buttare questi vecchi fucili, perché talvolta quello che ora non ha valore potrebbe averne fra qualche anno come è già successo rimanendo nel mio settore, con le armi ex ordinanza oppure nel collezionismo del militaria i cui prezzi in pochi anni sono andati letteralmente alle stelle.

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